Legge 328/2000: 25 anni di un sogno incompiuto, la promessa mancata di un sistema davvero integrato.

Perché oggi più che mai serve rilanciare il sistema integrato dei servizi.

Venticinque anni. Un quarto di secolo dall’approvazione della legge 328/2000, la riforma che avrebbe dovuto definire l’architettura del welfare italiano.

Una legge che il SUNAS contribuì a plasmare in modo decisivo, nel percorso partecipato voluto dall’allora Ministra della Solidarietà Sociale Livia Turco.

Un contributo reso possibile grazie all’impegno di Paola Rossi e di Fiorella Cava (entrambe hanno ricoperto l’incarico di segretario generale SUNAS e di presidente CNOAS) e di tutto il gruppo dirigente del Sindacato professionale.

La Legge 328 ha rappresentato una svolta storica: per la prima volta le politiche sociali entravano con piena dignità nella cornice legislativa del Paese. Un atto di riconoscimento istituzionale e culturale che oggi non possiamo permetterci di disperdere, un traguardo da difendere allora come oggi.

Questi 25 anni ci consegnano un paradosso: una legge avanzata, spesso più avanti della capacità del sistema di metterla in pratica, che è stata attuata nei diversi territori in maniera disomogenea e che talvolta è stata ostacolata. Alcune scelte ne hanno frammentato l’applicazione, ne hanno disperso risorse e progettualità in mille rivoli territoriali senza regia né coordinamento. Non sono mancati tentativi di smantellamento, diretti o indiretti.

Celebrare questo anniversario significa riconoscerne il valore fondativo, confermare la visione e il valore strategico della 328 ma anche guardare con lucidità alle luci e alle ombre di un percorso attuativo lungo e travagliato.

Oggi il contesto sociale è profondamente mutato. Le disuguaglianze si sono acuite, la povertà ha assunto volti nuovi e drammatici anche nel nostro Paese, le fragilità si sono moltiplicate. In questo scenario, l’impianto della legge 328 va ripensato e aggiornato, ma senza tradire il suo cuore pulsante: la centralità e il rafforzamento dei servizi sociali territoriali come strumento di garanzia dei diritti costituzionali della persona.

Serve allora un nuovo patto, non per sostituire la legge, ma per completarne il disegno originario.

Il SUNAS lo afferma con nettezza: senza un Servizio Sociale Professionale (SSP) con una sua dirigenza – nella sanità, negli Ambiti Territoriali Sociali e nei Comuni – l’integrazione socio-sanitaria rimarrà un obiettivo sulla carta.

Serve una regia chiara, competente e stabile, capace di evitare dispersioni e di garantire equità nell’accesso ai diritti. L’Assistente Sociale deve essere protagonista di questa regia, come la stessa legge prevedeva all’art. 12.

Il rafforzamento del ruolo degli assistenti sociali, nell’ottica di una maggiore definizione del profilo professionale, passa anche per un riordino normativo della professione (aggiornamento della L. 84/93) e per una ormai imprescindibile riforma della formazione universitaria che preveda l’accesso alla professione solo con il conseguimento della laurea magistrale. Occorrono altresì percorsi accademici che qualifichino gli assistenti sociali attraverso forme di specializzazione nelle diverse aree operative del SSP.

Ricordiamo, inoltre, che il SSP è già qualificato come LEP (art. 22, c. 4) e riconosciuto come servizio pubblico essenziale (art. 89, c. 2-bis, D.L. 34/2020).

Un riconoscimento formale che oggi va tradotto in un sistema organizzato, uniforme e orientato alla qualità.

Per questo il SUNAS propone il passo successivo: riconoscere il SSP come Servizio di Interesse Generale (SIG), in linea con il diritto europeo.

Solo così si può garantire universalità, continuità e standard omogenei su tutto il territorio nazionale.

Le recenti Linee guida ministeriali (DM 24/06/2025) e il Piano Sociale Nazionale 2025–2027 tracciano la strada: governance d’ambito, rafforzamento degli ATS, aggiornamento dei Piani di Zona, tavoli tecnici interministeriali, assegnando ai servizi un ruolo professionale forte e riconosciuto per essere incisivi e contribuire a dare risposte efficaci ai bisogni dei cittadini.

“Un welfare equo e integrato ha bisogno di una governance affidata a professionisti regolamentati, formati e radicati nei territori.”

È questa la direzione indicata dal SUNAS, ed è questa la sfida dei prossimi anni.

Serve un cambio di paradigma che parta da un punto fermo: i servizi sociali non sono il Servizio Sociale. La confusione tra questi due livelli ha generato ritardi, sovrapposizioni e resistenze. La distinzione tra i due piani va definita in una riforma ormai improrogabile.

Sanità e sociale devono lavorare insieme, ciascuno con un’identità definita e un ruolo distinto, promuovendo e attuando politiche in cui sanità e sociale possano operare in modo inclusivo, pur nell’esclusività dei loro confini professionali. Integrazione non significa confusione: significa cooperazione, integrazione consapevole.

A 25 anni dalla 328, il Paese ha bisogno di una scelta di maturità: trasformare una buona legge in un sistema reale, compiuto, operativo.

La storia ci ha consegnato un impianto normativo avanzato. La responsabilità di oggi è farlo funzionare.

In un’Italia segnata da vecchie e nuove povertà, rilanciare il Servizio Sociale come leva strategica per l’inclusione e la giustizia sociale non è un’opzione: è un dovere verso quella promessa di civiltà che la legge 328 ha inscritto nella nostra storia venticinque anni fa.

Non si tratta di una rivendicazione corporativa, ma di una scelta strategica indispensabile per realizzare quell’integrazione socio-sanitaria che rimane più sulla carta che nella pratica.

Il Comitato Direttivo SUNAS 

 

 

 

 

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